TRENI DI LATTA E MODELLI DIGITALI


All'interno di MUSEOGIOCANDO, i "trenini" hanno un ruolo importante. Questo perchè fin da quando avevo sei o sette anni sono sempre stati i miei giocattoli preferiti, e lo sono tuttora, per cui ne ho collezionati davvero tanti: diverse centinaia fra locomotive, carri merce e carrozze passeggeri, un pò di tutti i Paesi, da quelli molto ingenui di latta dei primi del Novecento (foto 1) alle accuratissime riproduzioni digitali di oggigiorno.
Ma se tutti, grandi e piccini, potranno divertirsi a veder correre i trenini sui sette plastici ospitati nella sala centrale di MUSEOGIOCANDO, il mio sogno è che il materiale di documentazione che accompagna ciascun rotabile soddisfi ogni categoria del vasto mondo dei Siderdromofili*: sia quelli che abbracciano il culto del Grande Veicolo (ovvero i rivolti al "Vero Treno") sia quelli che invece adorano il Piccolo Veicolo (attraverso oggetti di devozione rappresentati dalle minuscole riproduzioni delle entità supreme).
Valga il mio sforzo documentale ad affratellare tutti i Siderdromofili sotto un'egida comune, al di là delle infinite questioni sulle rispettive verità di fede: si componga. infine, la polemica interna ai Verotrenisti fra i sostenitori del Primato del Vapore e quelli del Gran Diesel, per non parlare degli Elettrici, divisi fra Continui, Alternati, Trifasi, Monofasi etc.
Faccio appello alla forte devozione dei Verotrenisti: venite a visitare MUSEOGIOCANDO, non limitatevi ai soliti improbi pellegrinaggi a Pietrarsa in cui vi date appuntamento prima dell'alba in luoghi che chiamate Stazioni, per poi sottoporvi a lunghe ore di sbattimento su dure panche di legno in contenitori mobili detti Vagoni, fino a raggiungere uno stato di estasi facilitato dall'inalazione prolungata di fumo all'aroma British Old Coke o Sulphur Sicily.
E voi, adoratori del Piccolo Veicolo, cessate di piangere sulle reliquie della Rivarossi 1:80 e (foto 2) dolcemente venite a naufragare nel mare immenso dei treni grandi e piccoli: sia che apparteniate alla confessione degli Statici (detti anche Collezionisti) o dei Dinamici (detti anche Plasticisti), superate le vostre divisioni fra Zerofili (peraltro ormai quasi estinti), Accazerofili, Ennefili e Zetafili e venite a giocare a MUSEOGIOCANDO.
Possa la documentazione che accompagna ogni singolo modellino collegandolo al suo prototipo reale accomunarvi tutti, voi che usate cadere in deliquio davanti ad una 743 Franco-Crosti vera e voi che della sua riproduzione in scala 1:87 contate tutti i rivetti per accertarvi che non ne manchi nessuno. A proposito: sapete perchè la scala più diffusa nel fermodellismo è proprio la 1:87?
E' una storia lunga, che parte nientemeno dagli antichi romani e passa per l'Inghilterra dei primi del Novecento. Per chi non la conoscesse, provo a raccontarla: prima di tutto non è esatto parlare di "scala H0", perchè il termine corretto è "scartamento", ovvero la distanza fra le rotaie, che in H0 corrisponde a 16,5 mm, e quindi appunto in scala 1/87 rispetto ai 1.435 mm dello scartamento delle ferrovie reali. Poi non si dice, come fanno quasi tutti, "acca o", bensì "acca zero".
Ma cosa vuol dire H0? Significa "half zero" ovvero, in inglese, la metà di zero. Che non è il titolo di un nuovo romanzo di Catherine Dunne (La metà di niente, molto bello) bensì deve intendersi come la metà dello scartamento 0 (Zero) di 32 mm che andava di moda per le ferrovie giocattolo degli anni Trenta del secolo scorso. (foto 3)
E qui dobbiamo fare un passo indietro, fino al 1859, allorché a Norimberga, in Germania, il lattoniere di 42 anni Theodor Friedrick Wilhelm Marklin e sua moglie Caroline iniziano con una cucina per case di bambole quella che sarà una delle più longeve e fortunate produzioni di giocattoli del mondo intero. Nel 1888 la Gebruder Marklin (Fratelli Marklin) sforna i suoi i primi trenini a molla. Ai primi del Novecento - accanto ad un fantastico assortimento di giostre, navi, carrozze con e senza cavalli, macchine a vapore e accessori per case di bambole - la Marklin ha già in catalogo dei raffinati modelli ferroviari azionati da motori ad orologeria e a vapore che riscuotono un crescente successo.
Risalgono a questo periodo i primi tentativi di standardizzazione: spronati dalla Marklin i vari produttori tedeschi (sono attivi nomi come Doll, Issmayer, Bing, Carette e diversi altri) si mettono d'accordo per realizzare dei binari con misure prefissate di scartamento, in modo che siano compatibili con i treni giocattolo dei diversi marchi. Si giunge così a definire gli scartamenti I = 45 mm, II = 60 mm e III = 75 mm.
Visti con l'ottica odierna sono enormi. E giganteschi erano infatti i treni di latta che correvano su questi binari (foto 4): una locomotiva a scartamento I è lunga mediamente mezzo metro, figuriamoci una a scartamento III! Si tratta di ferrovie adatte alle abitazioni dell'alta borghesia della Bella Epoque, dove lo spazio non era risicato. Per allargare il mercato a clienti un po' meno ricchi, fin dagli anni '20 nascono delle ferrovie giocattolo (ancora non si può parlare di modelli, anche se esistono riproduzioni accuratissime, che però hanno costi proibitivi) realizzate per uno scartamento più piccolo dell'I (45 mm). Cosa c'è di più piccolo di 1? Con uno sforzo di fantasia, il nuovo scartamento viene chiamato 0 (Zero, Null in tedesco). La Marklin, ovviamente, è fra le prime a fabbricare trenini a scartamento 0, con motori a molla, a vapore o elettrici. E in Gran Bretagna trova un imitatore in Frank Hornby, l'uomo che nel 1908 ha fondato a Liverpool la Meccano Ltd per produrre le costruzioni metalliche di sua invenzione.
Nel 1914, con lo scoppio della prima guerra mondiale, le importazioni di giocattoli tedeschi si interrompono bruscamente e Hornby, per supplire alla mancanza, comincia a produrre treni giocattolo. Nel 1925 appaiono i primi trenini elettrici Hornby a scartamento 0, che presto riscuotono un successo quasi paragonabile all'ormai già celebre Meccano.
Non pago, all'inizio degli anni Trenta il vulcanico Hornby decide di produrre elementi in scala che integrino i suoi treni e completino i plastici ferroviari a scartamento zero rendendoli il più verosimile possibile: è così che nascono i Dinky Toys, in scala 1/43 perché i 32 mm dello scartamento 0 sono 43 volte più piccoli dello scartamento standard delle ferrovie reali, che è di 1.435,5 mm. (foto 5)
Ma perché proprio 1.435? Per rispondere a questa domanda, il passo indietro che dobbiamo fare è stavolta parecchio lungo: andiamo nell'antica Roma. I romani, si sa, erano dei tipi pragmatici, così, quando si trattò di costruire le grandi vie consolari (Flaminia, Salaria, Appia, Cassia ecc) ne calcolarono la larghezza in modo tale da permettere a due carri di incrociarsi agevolmente. Quindi, considerata la misura di una pariglia di cavalli o di buoi, stabilirono una conseguente regola (oggi diremmo uno standard) per la carreggiata, ovvero la distanza fra le due ruote di uno stesso asse, dei veicoli che le percorrevano.
La carreggiata imposta era di 5 piedi romani. Lo si può constatare dai solchi che ancora oggi sono visibili sul basolato delle strade consolari.
Molti secoli dopo, ai confini estremi dell'ex impero romano, qualcuno pensò a come si potesse rendere più agevole l'attività di estrazione del carbone nelle miniere inglesi. Ed ebbe l'idea di fare scorrere le ruote dei carretti pieni di carbone su due file di travi di legno allineate parallelamente lungo i tunnel delle miniere. (foto 6) Nacquero così le tram-ways (dal termine anglosassone "traam", che significa appunto trave).
Quando le prime locomotive a vapore, inventate proprio a tale scopo, cominciarono ad essere usate per trainare (ecco la parola train, che in italiano dovrebbe essere traino, e non treno) i vagoncini minerari, fu logico costruirle nello scartamento delle tramways, che altro non era se non lo stesso usato fin per i primi carretti, ovvero quello tradizionale di 5 piedi romani, pari a 1435 mm.
Ecco quindi il filo che lega indissolubilmente i nostri trenini in H0 e i nostri automodelli in scala 1/43 ai carri degli antichi romani.

Der Spielehüter



* Così, probabilmente, il celebre l'antropologo Claude Lévi-Strauss (Bruxelles, 28 novembre 1908 - Parigi, 30 ottobre 2009) avrebbe definito il nostro popolo di adoratori di "cose che corrono su strade ferrate".