Treni e trenini che abbiamo sognato


La prima volta che vidi un Coccodrillo fu nei pressi di Wassen, sul San Gottardo, giustamente. Ma allora (era il 1959 e avevo 11 anni) non sapevo che quello fosse il suo habitat naturale. Un coccodrillo con la 'c' minuscola, in carne e ossa, lo avevo visto allo zoo (ma forse era un caimano) e un altro, piccoletto, alla Tv in bianco e nero, fra le braccia di Andalù, il Lothar di Angelo Lombardi.
L'animale lo conoscevo comunque abbastanza bene, per via delle illustrazioni dei vari sussidiari. Il locomotore svizzero, no. Dei Coccodrilli con la 'C' maiuscola sapevo l'esistenza da talune scatole con la scritta "Marklin" e la sigla 3015, che occhieggiavo talvolta sugli scaffali dei negozi di giocattoli. (foto 1)
Ciascuna di esse costava 25.000 lire, equivalenti a un terzo circa del pur discreto stipendio mensile di mio padre. Ed era questa l'ottima ragione per cui quelle scatole, per me come per quasi tutti i miei coetanei, erano sempre rimaste chiuse, e ignoto il contenuto. C'erano però i cataloghi, dove un disegno (non una foto) del Coccodrillo, verde scuro, con tante ruote nere dal bordino argenteo, occupava una pagina intera.
Non so nella vostra, ma nella letteratura della mia infanzia i cataloghi hanno avuto una parte fondamentale. Collodi, Vamba e Verne non sono stati degnati, complessivamente, che di una trascurabile frazione del tempo dedicato a quelle pagine patinate dai brillanti colori, in cui vivevano affascinanti ed esotiche creature.
Paragonate alla scelta che c'è oggi, erano poca cosa, ma allora parevano una moltitudine: vaporiere nere con le ruote rosse, locomotori italiani in castano-isabella, svizzeri e tedeschi verdi o blu, americani come fuochi artificiali.
Hiawatha, argento e arancione sgargiante, era la playmate del catalogo Rivarossi. Batteva l'elettrotreno olandese EL verde della Trix e la rossa V200 tedesca della Fleischmann, ma nulla poteva contro il fascino indiscreto del Coccodrillo Marklin, dispiegato sul paginone del catalogo del centenario: 1859-1959, cento pagine, doppio formato, copertina metallizzata. L'ho consumato, a forza di sfogliarlo. (foto 2)
Eppure, come le altre, il Coccodrillo restava per me una creatura di carta. Cosí, quando la Ce 6/8, ululando in salita a 30 chilometri orari in testa a un treno merci, passò due metri davanti al cofano della '1100' di famiglia, ferma al passaggio a livello sulla linea del Gottardo, rimasi scioccato: era come se avessi incontrato Tex Willer nel bar sotto casa. Con tutto il cavallo. Come Edward G. Robinson di fronte alla donna del ritratto, ma quello, si scopre alla fine del film, era un sogno. Per me, invece, fu la prima di una serie di rivelazioni, che dura ancora oggi, ogni volta che mi capita di riscontrare l'esistenza del corrispondente reale di un mio vecchio giocattolo. A voi non è mai successo?
Volete farmi credere che non vi ha emozionato la vista di un "Badoncinò' verde e rosso, accantonato fra le erbacce, proprio uguale a quello 87 volte più piccolo che avevate ricevuto per Natale, magari nel '61... Che non vi ha turbato riscontrare l'esistenza "in natura" di una "Sogliola" che avevate visionato increduli sulla protostorica rivista "H0 Rivarossi"? Alzi la mano chi ha visto prima un locomotore trifase "vero" di uno in foto, o di un modello della Bissel.
Noi, che non avevamo la televisione, sfogliavamo i cataloghi sognando treni di carta (foto 3), e ogni tanto ce ne veniva regalato uno (di plastica e zamac). Nondimeno, sospettavamo che in una dimensione parallela a quelli piccoli, esistessero anche i corrispondenti treni "grandi". Proprio come accadeva per la 1100 FIAT di papà e quella della "Mercury", dalla scatolina rossa e celeste. Con le automobili, la verifica era abbastanza facile. Con i treni, molto più complessa.
Già estinte, o quasi, le vaporiere dai binari, i musei ferroviari italiani ancora di là da venire, i riscontri col reale erano ardui, anche per problemi di ordine geografico-sociale. Una 424 o una Littorina si potevano anche trovare, non lontano da casa, ma, per esempio, le diesel americane Fairbanks-Morse in livrea Santa Fe o Burlington Route, contemporanee ai modelli Rivarossi e Marklin degli anni '50, circolavano al di là dell'Atlantico. E le famiglie italiane di quell'epoca, se attraversavano l'oceano non lo facevano per un "Fly and drive", bensí per aprire un pizzeria a Brooklyn (se andava bene). Qualcosa di simile avveniva per i treni tedeschi, francesi e belgi che parimenti entravano nella produzione modellistica corrente: se non si era figli di emigrati, restavano giocattoli, senza un corrispettivo a grandezza naturale. Anche la meravigliosa CC7107, quella del record mondiale di velocità pre TGV, per quanto ci era dato allora di sapere, poteva essere un frutto esclusivo della fantasia di Arnaldo Pocher (foto 4). Ma il dubbio non ci impensieriva più di tanto. Ne, a pensarci bene, mi impensierisce adesso. Mi piacciono davvero solo se mi ricordano un giocattolo della mia infanzia, posseduto o solo sognato in effigie fa lo stesso. Una 626 mi affascina perchè mi riconduce a quella rozza Rivarossi in bakelite; una 428, alla tuttometallo della Fleischmann; una V36 ex val Seriana a quella marroncina della Trix; un Arlecchino all'"Elettrotreno" Conti, etc.
Se in Francia scorgo una CC14.000 "Ferro da stiro", il pensiero corre al modellino della Hornby; un pomeriggio nella valle del Reno rievoca intere annate di pubblicazioni Marklin; un viaggio nelle Highlands britanniche pareggia i conti con le scatole di montaggio in plastica della Kitmaster.
Sulle colline dell'Harz ho ritrovato le BR 99 della Bemo; nella Zillerthal austriaca ho visto passare la Liliput H0e della Parenzana; girovagando per gli Usa ho rintracciato quasi tutta la produzione americana Rivarossi (foto 5) e un giorno, se avrò fortuna, in Oklahoma o nel Kentuky sono certo che incontrerò perfino l'ascendente della mitica Consolidation L 280/R, al traino del treno di Dumbo...
Cosa avete da ridere, voi che magari avete pagato il biglietto per visitare la casa di Sherlock Holmes?

Der Spielehüter